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日志


10月30日

Lettera del rettore ecc... parte 2

Dai, continuiamo sul tema anche oggi, domani si vedrà... prima o poi smetterò di rompere le scatole.

Come detto ieri, ho inviato la mail(ona) ad un po' di gente ed oggi vi riporto i risultati di succitata mail.
Andiamo dal peggiore al migliore? O meglio, dai peggiori. Sono esclusi, ovviamente, quelli a cui la mail non è stata mandata, diciamo: per cause di forza magigore.

  • L'Unità, La Padania (sito in costruzione), Libero e Il Messaggero non hanno risposto alla mail. Non si sono fatti proprio vivi. Vabbe'. Controllerò se pubblicano qualcosa, ma, chissà perché, dubito...
  • Il Corriere della Sera non ha risposto alla mail, ma ho letto online che hanno scritto in cinque parole che il rettore del Politecnico ha inviato una lettera agli studenti. Il tutto in un contesto, a mio avviso, faziosetto (per capire cosa intendo basta leggere il mio primo commento al post precedente). A me passa l'idea che il rettore voglia stare con la piazza, poi, magari, fraintendo io... (vorrei mettere il link, ma non lo trovo più sul corsera... appena lo ritrovo lo posto come commento)
  • Il Giornale usa un sistema di risposte automatico, per cui non hanno risposto a manina e non hanno scritto nulla neppure loro. Sinceramente non so se è meglio o peggio del Corriere, pertanto va reputato un parimerito... bella roba.
  • Il più virtuoso, in questo contesto, è stato La Repubblica. Mi ha risposto il responsabile della redazione in persona ed abbiamo avuto un breve scambio di mail.

Il tutto senza che su alcuna versione online dei quotidiani abbia visto apparire la lettera per intero (pubblicano tante schifezze, ma la "roba buona" no... insomma, vuoi mettere la lettera della Veronica a Silvio, invece che quella di Ballio a 38.000 persone? Mica è facile scrivere "da Giulio a Ahmed, Ahmed, Alessandro, Alessandro, Alessandro ecc..." 38.000 parole saranno troppe per un titolo :-p).
La cosa non può che farmi dispiacere poiché, secondo il mio immodesto punto di vista, è una delle poche cose intelligenti scritte/dette/fatte finora; insomma, non l'ho vista come un'ingerenza distruttiva all'interno della questione (come, invece, reputo quel fronte di "no" schierato a priori quando si tocca la "sKuola che eh... cioè eh... secondo me... cioè eh.... va oKKupata"), né un asserzione in toto al decreto economico (come quella del fronte politico che l'ha proposta), né una critica fine a se stessa senza controproposte (come quella del fronte politico opposto).
L'ho, invece, letta come la manifestazione dell'intelligenza di uno (più o meno magnifico che sia) che si è fermato lì e ha pensato prima di scrivere; che analizza correttamente lo stato attuale delle università e, mentre conferma di dover eliminare gli sprechi nei vari atenei, avanza delle valide proposte da affiancare a quanto già stabilito (anche perché la L 133/2008 non è una legge che si può abrogare con un referendum).
Infatti se da un lato ammette che si debbano effettuare determinati tagli (evidenza ineluttabile), dall'altro sostiene che le università "virtuose" vadano premiate.

A mio avviso sarebbe intelligente se, a quanto già stabilito per legge, si affiancassero alcune deroghe, poche e chiare, non all'italiana, che garantiscano maggiori privilegi alle università più virtuose (siano essi degli sgravi piuttosto che una maggior quantità di denaro per la ricerca). Questi fondi risulterebbero dal ridimensionamento di quelle università "meno virtuose". Il grado di qualità delle università, inoltre, potrebbe essere determinato utilizzando uno di quei bei sistemi già pronti usati in Finlandia, Giappone o Stati uniti (tutti stati con un livello qualitativo medio delle università molto al di sopra del nostro). In tutto questo, lo stato ci risparmierebbe ancora e, allo stesso tempo, aumenterebbe la qualità dell'istruzione universitaria, rendendola, mediamente, un po' più comeptitiva.

 

Stavolta ho scritto io un po', mi esercito a diventare magnifico rettore :-D

p.s.: mi pare che oggi lo sciopero fosse per il DL 137/2008, altrimenti noto come decreto Gelmini... questo perché ho sentito dire che oggi scioperavano per l'università... che qualcuno abbia detto qualcosa ok, ma a Roma il primo intento era quello. Datemi delle certezze perché i media e, soprattutto, la gente, mi paiono un po' confusi e fanno di tutto un pastone... vorrei sapere se sono io a sbagliarmi o loro.

10月29日

Lettera del rettore del Politecnico di Milano agli studenti

Mi è venuto in mente di mandare una "piccola" mail alle direzioni e alle redazioni di alcuni giornali, in seguito alla lettera inviata agli studenti del rettore del Politecnico di Milano, Ballio.
La motivazione è riportata anche nella mail inviata.
Con rammarico ho notato che è impossibile contattare un giornale come il "Corriere della Sera". Si può inviare loro soltanto una misera comunicazione attraverso compilazione di un form con qualche centinaio di caratteri a disposizione. Stessa cosa per "Il Giornale".
Altri quotidiani, come "Il Manifesto", invece, non hanno neppure il misero form... sarà troppo costoso e i finanziamenti pubblici ai giornali non saranno sufficienti per farsi programmare, in due ore scarse, un'aggegino di quel tipo dal primo informatico che passa.

Quanto segue l'ho inviato a "La Repubblica", "Libero", "L'Unità", "Il Messaggero", "La Padania"

Buongiorno alle varie redazioni dei vari giornali in copia,

sono uno studente universitario presso la facoltà di Ingegneria Informatica del Politecnico di Milano.

Un estratto di quanto riportato in questa mail è stato inviato anche ad altre redazioni di cui, purtroppo, non era possibile ottenere una mail "in chiaro".

Con molta amarezza ho notato che sui vari giornali italiani e locali non è apparso nulla a proposito della lettera che il rettore del Politecnico di Milano ha inviato ieri agli studenti iscritti (tra le varie sedi circa 38.000). Con molta amarezza, dico, perché mi risulta incredibile il fatto che un giornale non venga a sapere di una mail inviata a 38.000 studenti da un rettore in questi giorni...

Reputo possa essere molto importante che giornali di portata nazionale, come sono i vostri, espongano le opinioni del rettore di una delle università italiane di maggior prestigio (se non, nel suo campo, la più prestigiosa). Parole che, all'avviso di una persona che non è né giornalista, né politico, né tante altre cose, solo un "semplice" cittadino, fotografano perfettamente la situazione attuale e propongono qualcosa di realmente concreto.

Mi permetto di riproporvela integralmente di seguito ___________________________________________________________________________

Cari Allieve e Allievi del Politecnico di Milano,

In questi giorni ho ricevuto molti messaggi da parte Vostra.

In essi vi sono domande volte a cercare di comprendere meglio la attuale situazione, sono espresse preoccupazioni per il futuro di Voi giovani e del nostro Ateneo.

Siamo tanti, più di 2.500 fra docenti, tecnici e amministrativi, quasi 40.000 gli allievi: non possiamo certo riunirci tutti.

Userò quindi il web per mettere a Vostra disposizione quello che so e che ho imparato in questi anni, presentandovi soprattutto i punti che non sempre appaiono chiari nel confuso dibattito che i media ci presentano. Cercherò di individuare i vostri dubbi e di rispondere alle vostre domande. Presenterò le mie opinioni e il percorso che stiamo intraprendendo, terminerò con alcune conclusioni.

I decreti Gelmini

Sulla stampa, in molti striscioni, nelle manifestazioni si richiamano due realtà completamente diverse: la proposta del Ministro Gelmini sulla Scuola elementare e la legge 133/08 relativa al contenimento della spesa pubblica, il cui testo ricalca le proposte del Ministro Tremonti.

Vi intratterrò soltanto sulla seconda che riguarda anche le Università.

La legge 133/08 sul contenimento della spesa riguarda tutte le amministrazioni pubbliche, dai Ministeri alle Regioni, dai Comuni alla Polizia, dalle Università a tutte gli innumerevoli enti che sono prevalentemente finanziati dallo Stato.

Le riduzioni previste sono indistinte e colpiscono indiscriminatamente, senza considerare le differenze di funzioni, compiti e risultati delle varie tipologie di amministrazioni.

Per quanto è relativo alle Università statali come la nostra, le due conseguenze più rilevanti di questa legge approvata prima dell'Agosto 2008 sono le seguenti:

una riduzione del finanziamento statale al sistema universitario (FFO = Fondo di Finanziamento Ordinario) a partire dal bilancio 2010 (quindi dal 1 gennaio 2010); la drastica riduzione del turn over (ogni 10 persone che vanno in pensione, ne possono entrare soltanto 2 fino al 2012 e poi 5 dal 2013)

la possibilità di trasformare le università in Fondazioni di diritto privato.

Il Finanziamento statale del sistema universitario

Ogni anno la Finanziaria stabilisce l'ammontare del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), cioè i soldi che vanno al Sistema Universitario statale. Questa somma è a disposizione del Ministero che la ridistribuisce fra i differenti Atenei. La somma è cresciuta dal 1995 al 2005 ed è praticamente stazionaria da tre anni. Vale oggi circa 7 Miliardi di euro. La legge prevede una riduzione di circa il 20% in tre anni di tale somma senza considerare che, nel nostro Paese, il finanziamento alle Università è fra i più bassi di Europa. (Basta guardare i dati dell'OCSE).

Bisogna combattere affinché tale riduzione non avvenga: ciò è reso difficile non solo dalla situazione economica mondiale che sta peggiorando di giorno in giorno, ma anche dalla disuniformità e dalla credibilità attuale del sistema universitario.

Vi sono Atenei che hanno utilizzato bene la loro autonomia ed altri meno bene.

Vi sono Atenei che hanno investito per migliorare i servizi agli studenti e le infrastrutture di ricerca, altri hanno soltanto assunto persone, talvolta calpestando il merito di altre.

Ma non si può fare di tutta l'erba un fascio, altrimenti si finisce col dire che nulla funziona.

Gli effetti del taglio di finanziamento possono essere ricondotti a due tipologie differenti.

La prima riguarda quegli Atenei che hanno esagerato nelle assunzioni di personale ed oggi hanno un costo del personale che praticamente mangia tutta la loro dotazione statale (forse avete sentito dire che il rapporto fra spese di personale e FFO di ogni Ateneo non dovrebbe superare il 90%, che vi sono Atenei che hanno superato tale rapporto, che con gli adeguamenti stipendiali questo rapporto continuerà ad aumentare). Questi Atenei, se la legge venisse mantenuta inalterata, sono destinati, chi subito, chi fra due - tre anni a fallire perchè non saranno più in grado di pagare i loro dipendenti.

La seconda riguarda quegli Atenei, come il nostro, che, pur avendo aumentato negli anni il loro personale docente, tecnico e amministrativo, sono stati attenti a non caricarsi da impegni di spesa troppo onerosi (il Politecnico di Milano ha spese fisse di personale pari al 67% di FFO a fronte di una media nazionale dell'86%) ed hanno utilizzato la differenza per investimenti in attrezzature, infrastrutture, creazione e miglioramenti dei servizi offerti. Di fronte a un taglio di finanziamento statale, questi Atenei non sono condannati al fallimento, ma dovranno ridurre spese e servizi. Chi, come noi, ha già fatto ogni tipo di razionalizzazione e di economia, dovrà cercare, in tutti i modi possibili, di mantenere la qualità di tutti quei servizi che vi fanno apprezzare il nostro Ateneo.

Io confido che, a meno di cataclismi economici, il Governo dovrà rivedere le sue decisioni, almeno nei riguardi di quegli Atenei che hanno dimostrato di saper bene gestire le risorse loro assegnate.

Se insisterà nella sua decisione, vorrà dire che il Governo desidera uccidere le nostre università, portando il nostro Paese a diventare vassallo di altre Nazioni, in particolare di quelle che molto stanno investendo in formazione e ricerca.

La riduzione del turn over

La riduzione imposta dalla legge per il turn over nasce forse da un ragionamento meramente economico, ma non considera le conseguenze che sono devastanti per tutti.

Il ragionamento è il seguente: riduciamo le persone, così riduciamo il costo degli stipendi e quindi compensiamo con tale riduzione il minor finanziamento. A supporto di tale ragionamento si portano i difetti del sistema: modalità di reclutamento non sempre irreprensibili, proliferazione di corsi di laurea istituiti per soddisfare più gli interessi dei docenti che le necessità formative degli allievi, scarsa presenza dei docenti negli Atenei, incapacità di auto governarsi correttamente, autoreferenzialità e mancanza di valutazione dei risultati. In fondo si è contribuito a creare uno slogan che purtroppo sta attecchendo nella opinione pubblica: le amministrazioni pubbliche sono costose e inefficienti, l'università è una amministrazione pubblica, quindi la università è inefficiente e sprecona.

E' un ragionamento che combatto da 5 anni e che non è facile da contestare perché l'opinione pubblica è sempre più attenta agli aspetti negativi che le vengono presentati che a quelli positivi. Basta una truffa a un test di medicina in un Ateneo per dire che tutti gli Atenei stanno truffando, basta una assunzione chiacchierata per dire che tutti i concorsi universitari sono truccati, basta dire che una università ha scoperto un buco nel suo bilancio per dire che il sistema delle università pubbliche è fallito.

Il gusto della generalizzazione purtroppo ormai caratterizza tutti, molti si accontentano di soli slogan, pochi amano ancora conoscere prima di parlare.

La legge è devastante perché colpisce tutti indiscriminatamente e ingiustamente. Chi ha limitato il numero di assunzioni, chi ha fatto una programmazione attenta dei ricambi generazionali viene colpito irrimediabilmente.

La legge colpisce drammaticamente tutti i giovani che oggi collaborano a vario titolo con i docenti (dottorandi, post doc, assegnisti di ricerca) e che contavano un giorno non troppo lontano di entrare in una posizione stabile in università.

In definitiva si deve combattere per modificare la decisione legislativa perché è profondamente ingiusta, perché taglia le gambe al ricambio generazionale, perché colpisce le aspettative dei giovani, perché va esattamente nel senso contrario al riconoscimento del merito, perché indebolisce in modo irreversibile l'università che, senza l'immissione di giovani, diventerà vecchia e obsoleta nel giro di pochi anni.

La possibilità di trasformare le università in Fondazioni

E' stato detto in molti interventi che l'articolo di legge che consente alle università statali di trasformarsi in Fondazioni di diritto privato e non dice come e con la partecipazione di chi, che è talmente vago da essere non attuabile, che, con esso, si annuncia un cambiamento di strategia da parte del Governo nei riguardi del sistema della formazione e della ricerca italiano.

Vediamo di ragionarci un attimo. Un Ateneo potrebbe trasformarsi in fondazione se, accanto allo Stato, intervenissero dei partners privati disposti a sostenere economicamente l'Ateneo.

L'On. Mauro, vice presidente del Parlamento europeo, si è chiesto recentemente in un convegno: dove si può trovare un imprenditore così pazzo da caricarsi l'onere di contribuire finanziariamente alle spese correnti di un Ateneo o di una Scuola che, per definizione, non sono in grado di restituire utili? Quale privato può investire a fondo perduto?

Si potrebbe pensare a una Fondazione che veda Stato, Regione, Provincia, Comune insieme a Fondazione Bancarie e Associazioni varie. Ci si dimentica che è necessario una quota di contribuzione privata maggiore del 50% per rendere "privata" una fondazione e quindi per renderla indipendente dalle regole imposte dal contenimento della spesa pubblica (i famosi parametri di Maastricht).

E' oggi impensabile che le Fondazioni bancarie si sostituiscano in larga misura allo Stato per finanziare annualmente il sistema della formazione e della ricerca e quindi gli Atenei.

Non vi sono altre alternative: in tutto il mondo le Università funzionano perché ricevono il loro prevalente fabbisogno finanziario o dalla Collettività Sociale o dalla contribuzione diretta degli Allievi. Nel primo caso l'Università si caratterizza come pubblica, nel secondo come privata (in Italia la prima è denominata statale, la seconda non statale).

Il primo modello considera prevalente il vantaggio di avere formazione e ricerca a servizio della competitività della intera Comunità sociale. Il secondo modello considera prevalente il vantaggio del singolo (allievo o impresa) che riceve la possibilità di incrementare la propria competitività personale.

In Europa è sicuramente prevalente il primo modello tanto che la quasi totalità di studenti universitari frequentano università pubbliche (in Italia sono oggi il 94%).

Cosa fare

Resta un anno per cercare di rovesciare la situazione e certamente non si possono aspettare gli ultimi mesi del 2009 per riuscirvi. D'altra parte è evidente che azioni non coordinate non possono che essere inutili e controproducenti.

Credo che ognuno, prima di partecipare ad una qualsiasi iniziativa, dovrebbe ragionare non in base ai propri sentimenti, bensì valutando razionalmente le possibili conseguenze.

Mi spiego con un esempio: le attuali manifestazioni spontanee possono essere considerate esaltanti da chi vi partecipa per il loro forte impatto mediatico, ma il monitoraggio delle loro conseguenze sembra dimostrare che nella opinione pubblica sta crescendo il fastidio e quindi il rafforzamento delle posizioni più contrarie alla nostra università. Ciò rende ancora meno condiviso dalla maggioranza dell'opinione pubblica il tentativo di mitigare gli effetti della legge e di mantenere pubblico il nostro sistema universitario. Rende invece più condiviso qualsiasi atto teso a penalizzare i nostri Atenei.

Quello che bisogna fare subito, tutti insieme, riguarda soprattutto la politica interna degli Atenei. E' quanto mai necessario che ogni Ateneo risponda, il più rapidamente possibile, alle critiche che vengono mosse in modo generalizzato, o per dimostrare di esserne esente o per modificare i propri comportamenti.

Quali sono queste critiche?

a) Le Università sono accusate di aver prolificato i corsi di laurea e gli insegnamenti per favorire i desideri dei docenti. Si deve rimodulare la didattica in modo da erogarla sempre più all'insegna del principio della effettiva centralità della formazione dell'allievo e delle sue concrete possibilità di trovare sbocchi lavorativi soddisfacenti.

b) Le Università sono accusate di dissipare tempo e soldi in una ricerca inutile e costosa che serve soltanto alla carriera accademica di chi la produce. Si deve promuovere una ricerca sempre più al servizio della competitività internazionale del nostro Paese e quindi ci si deve battere affinché il Governo promuova il riconoscimento della qualità e del merito a seguito di valutazioni attendibili, analoghe a quelle ormai abituali in molti paesi europei.

c) Le Università sono accusate di seguire processi poco trasparenti nel reclutamento dei giovani e nell'avanzamento di carriera dei docenti. Si deve promuovere un sistema di valutazione che porti a una qualità certificata da parametri obiettivi e procedure innovative nel reclutamento dei docenti e dell'inserimento dei giovani.

d) Le Università sono accusate di aver prolificato a dismisura le loro sedi didattiche. Si deve promuovere una revisione della distribuzione a livello regionale o macroregionale della propria offerta formativa e della ricerca nell'interesse dei territori, anche sviluppando interazioni ed integrazioni forti tra Atenei in un'ottica di complementarietà;

e) Le Università sono accusate di avere una visione corporativa nelle proprie modalità di governo. Bisogna testimoniare l'impegno di modificare il proprio assetto di governance interno per evitare derive autoreferenziali attraverso una netta separazione tra funzioni di indirizzo delle attività didattiche e scientifiche, e responsabilità di gestione delle risorse;

f) Le Università sono accusate di non riuscire a verificare l'impegno dei propri docenti nella didattica e nella ricerca. Ci deve attivare per garantire sempre di più il rispetto di un codice etico di comportamento, anche misurando la produttività dei propri docenti

Allora cosa fare verso l'esterno?

Bisogna combattere per convincere tutti gli Atenei ad attivarsi in queste direzioni. Bisogna combattere perché alcuni imbocchino questa strada fin da subito, nella speranza di essere di esempio per gli altri. Bisogna mettersi in discussione di fronte al Paese all'insegna della trasparenza e dell'obiettività. Bisogna essere disponibili a confrontarsi con esperti del Ministero dell'Economia e delle Finanze sui propri bilanci e sui criteri di gestione adottati, superando ogni forma di autoreferenzialità.

Come vedete bisogna imboccare una strada stretta, difficile e in salita che richiede l'impegno di tutti e soprattutto il rispetto delle Istituzioni di appartenenza.

Il Politecnico di Milano, insieme ad altri Atenei, può già dimostrare di essere esente da molte delle critiche che vi ho sopra riportato e di aver già preso la decisione di attuare processi che gli consentano ulteriori miglioramenti.

Noi, Rettori di questi Atenei, abbiamo il compito di combattere su diversi tavoli per fare in modo che il Governo possa riconoscere la utilità di queste azioni, per convincerlo a stipulare un "patto di stabilità", cioè un accordo di programma individualizzato Ateneo per Ateneo, che accordi un finanziamento dignitoso a fronte di precisi obiettivi da raggiungere nella didattica, nella ricerca, nella gestione.

Conclusioni

Insieme ad altri Rettori sto combattendo in tutte le direzioni che Vi ho delineato, ho bisogno dell'appoggio di tutti e soprattutto di Voi allievi.

Se dovessero arrivare dal Governo segnali precisi di non disponibilità alla discussione sulla base delle linee che Vi ho indicato, allora sarà chiara la sua volontà di penalizzare anche gli Atenei più aperti al cambiamento ed i loro Rettori saranno costretti ad assumere tutte le iniziative necessarie per evitare la catastrofe dell'intero sistema universitario pubblico del Paese.

Non possiamo perdere la battaglia volta a migliorare la competitività internazionale del nostro Paese, competitività necessaria per assicurare un futuro a tutti Voi.

Resto a Vostra disposizione per approfondire i temi che più Vi interessano, per confrontarmi con Voi, convinto che soltanto attraverso il dialogo possiamo costruire un futuro sempre migliore del nostro Ateneo.

Giulio Ballio

Rettore

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Ringraziandovi per la pazienza e per il tempo concesso a questa mail,

Vi auguro una buona giornata

Fabrizio Di Pietro

Stavolta non sono stato io a scrivere tanto, dai... ci ha pensato Ballio... eheh...

Errore enorme

Chiedo umilmente perdono per una cantonata mostruosa che ho preso quando scrivevo della classifica dei siti...
Infatti ho beceramente confuso e frainteso uno dei risultati.
Libero al 7° posto non è il giornale condotto da Vittorio Feltri, bensì il sito www.libero.it, noto portale del web.

Pecca magistrale... cretino abissale...

10月19日

L'avevo promesso

Citazione

...Mena la M'nata...

Come promesso (che vi importa a chi?) pubblico il link ad un intervento più ufficiale (del mio di sicuro...), dell'uscita del nuovo album dei Bededeum.
Se fosse in vendita nei negozi potrei anche scrivere a caratteri cubitali "CORRETE A COMPRARLO" o pagare qualcuno perché lo strilli con una vocina da eunuco.
Mi spiace per voi che non lo potrete trovare "soltanto nei migliori negozi", ma il cd è in vendita soltanto come vendita diretta quindi:
 - o si va ad un concerto e lo si compra direttamente;
 - o si conosce qualcuno vicino ai Bededeum e glielo si chiede cortesemente;
 - oppure si manda una mail direttamente a qualche Bededeo, implorando di spedire una copia del disco ed assicurando il Bededeo che verrà effettuata una generosissima offerta a copertura delle laute spese di spedizione (ovviamente scherzo, il prezzo sarà lievemente maggiorato per la copertura della spedizione e basta).

Bene, finita questa seconda tornata pubblicitaria, nell'arco di una sola giornata, vado a presentare la fattura... eheh...

Gruppo su Facebook e Bededeum

Scrivo rapidissimamente prima di andare a letto...
A proposito dello scorso post-delirio, vorrei chiarire che non voleva essere una cosa religiosa... Erano pensieri che mi frullavano in testa da un po', dal momento che non ho mai visto di buon occhio l'idea della finanza attuale, preferisco l'economia, è molto più tangibile e meno "fregona".

 

Cambiando completamente argometo, comqunque, voglio segnalare un paio cose.


Il primo è un link che porta ad un gruppo di Facebook ideato da Chiara e da una sua compagna di università: Io dico "Sì!" alle seghe mentali. Divertente e da malati... se qualcuno si sente di appartenere a questa malata categoria, prego, si accomodi, la porta è aperta a tutti. Anzi, già che ci siete portate degli amici...

La seconda cosa è una new (news è il plurale, quindi, essendo una sola, è una new), vabbe'... uffa... una novità...
Il secondo cd dei Bededeum "Oltre il sipario" è finalmente in vendita. Il travaglio pre-parto è durato due anni, ma niente di che.
Ho avuto la fortuna di ascoltare la versione pre-stampa e devo dire essere stata di ottima qualità, mi aspetto altrettanto da questa.
Chiara mi ha anche detto che il packaging è meraviglioso e me l'ha descritto. Lascio ovviamente il dubbio così, magari, qualcuno in più (se mai qualcuno legge i miei post oltre ai soliti 2 o 3 :-D) potrebbe essere invogliato ad acquistarne una copia.
Anche in questo caso metto un link: visita anche tu il myspace dei Bededeum.

Beh, dopo questa ondata pubblicitaria, me ne vado a nanna.
Buona notte a tutti.

10月13日

Fine dell'individualismo?

Tutto il mondo, inteso come insieme dei governi, delle attività produttive e di tutti i cittadini, è a conoscenza della crisi finanziaria internazionale.
Evidentemente le ripercussioni economiche saranno visibili a breve (se si potesse dire, direi: "a molto breve"), non appena comincerà il ciclo della recessione.
La gente dovrebbe cominciare ad effettuare meno acquisti, probabilmente chiuderanno alcune aziende, sia piccole, che medie, magari anche un paio grandi. Si genererebbe un circolo di riduzione acquisti-chiusure-riduzione acquisti e così via fino al termine della crisi. Successivamente ricomincerebbero ad apparire i vecchi imprenditori ancora in possesso di capitali, che acquisteranno case e servizi a basso prezzo, subito dopo i primi nuovi imprenditori si inventeranno nuovi settori produttivi e commerciali e, così, ricomincerebbe il ciclo economico.
Fin qui d'accordo, tutto a posto. Le ripercussioni economiche si conoscono (memori delle crisi economiche già passate). Ci sarà qualcuno che sarà licenziato per venir riassunto in "tempi migliori", ci sarà chi verrà licenziato e basta. Il mercato del lavoro, che oggi tutti dicono essere nero, tornerà a fiorire lentamente e ci saranno nuovi posti per tutti in un nuovo boom economico. Si dovrà decidere se inseguire questo boom, che non sarà più con le regole che conosciamo, bisognerà essere in grado di cambiare lavoro e mentalità anche nell'arco di pochi mesi. Rapidità, sempre maggiore, sempre più incrementata dalle nuove tecnologie e dai nuovi ritmi di vita che si verranno a creare.
Penso che l'Europa potrebbe continuare ad essere protagonista nell'economia, se gli USA ne uscissero troppo male, ma non basterebbe più la mentalità imprenditoriale ed organizzativa limitata ai soli confini regionali o nazionali. In caso di mancata leadership degli USA, infatti, c'è il "dragone orientale" alle porte, che sbuffa sempre più fuoco e fiamme e sempre con maggior insistenza e forza.
Un'ancora di salvezza potrebbe derivare, in qualche maniera, da internet, che la sua bolla economica l'ha già bell'e vissuta tempo fa. L'importante, però, sarebbe l'inventiva, in quel caso, poiché la saturazione dei settori, come già detto nel post precedente, porta al collasso e, invece che arricchire pochi, impoverisce tutti.

Al di là del fattore economico ed economico-sociale, però, vi è il lato prettamente sociale della questione, che è quello legato ai consumi, agli usi, alle abitudini date per assunte e pensate come diritto dagli anni '60 in poi.
Sono convinto, infatti, che la maggior parte della popolazione italiana sia stata convinta di vivere in pieno boom economico, almeno, fino a quando il TG di turno non ha esordito con il solito titolo allarmista (che stavolta un po' ha allarmato davvero): crisi finanziaria, crollano gli Stati Uniti.
Penso che chi continuerà a vivere al di sopra delle proprie possibilità avrà poche possibilità di "sopravvivere" (economicamente parlando) all'inevitabile tracollo a cui andrebbe incontro.
Molti che non sanno fare sacrifici per guadagnarsi qualcosa, si troveranno in certa difficoltà, ma superato il primo scoglio di cambio di mentalità (coloro che ce la faranno) potrebbero riuscire a non perdere né guadagnare nulla.
I pochi che, finora, hanno saputo fare sacrifici si troveranno di fronte ad una scelta: rischiare tutti i sacrifici fatti fino a quel momento e, magari, puntare sul cavallo sbagliato, o continuare come prima?
Tra chi rischierà il tutto per tutto, chi sceglierà il cavallo vincente si eleverà dalla propria posizione sociale, gli altri resteranno dove sono ora.

A questo punto, sono convinto, sarà scomparsa quell'aura di menefreghimo e superiorità che caratterizza e contraddistingue molti. L'idolatria del corpo, la rincorsa all'effimero e al superfluo, in un parola: l'individualismo.
L'individualismo, finalmente, scemerà perché, da sempre, gli uomini si sono aiutati nei momenti di difficoltà e hanno saputo andare al nocciolo e all'essenza delle cose.
Ed è proprio in momenti di crisi che ciò si rivela.
Non aumenteranno i valori delle statistiche alla voce "volontariato", anzi, potrebbero diminuire, ma l'aiuto reciproco, tra persone in difficoltà, aumenterà.

Dovrei proprio smetterla di pensare, 'mo mi sono improvvisato pure Nostradamus... sto toccando il delirio.

10月1日

Facebook batte MySpace

Questo è il titolo di un articolo che ho letto poco fa sul "24minuti" (il giornale free press del gruppo editoriale del Sole 24 Ore). Pare, infatti, che in Italia Facebook abbia superato MySpace nei parametri i traffico generato (www.oxyweb.co.uk). Così mi torna in mente un articolo apparso su html.it in cui ci si chiede, rifacendosi al titolo di un libro, "cosa fanno milioni di persone online e perché è importante", riprendendo l'articolo cel Corriere della Sera. Casualmente ne avevo parlato pochi giorni fa anche con Chiara, chiacchierando del più e del meno.

La domanda è effettivamente molto intrigante, così come lo sono le conclusioni di Bill Tancer (l'autore del libro) che arriva a sostenere "Noi siamo quello che clicchiamo". Continua poi la sua analisi basandosi sui dati raccolti negli USA:

"Ho notato che una delle frasi più cercate nei motori di ricerca negli ultimi anni è tempesta tropicale negli Stati Uniti."
"Prima del disastro provocato dall'uragano Katrina era davvero raro vedere una ricerca sulle tempeste tropicali. Katrina ci ha fatto diventare una società molto sensibile agli uragani."

Beh, simpatica come cosa: le ricerche sul porno si dimezzano (dal 20% al 10%), crescono i social network e gli americani cercano gli uragani.
In pratica è come dire che ormai si conoscono a memoria gli indirizzi dei siti porno, che si è trovato il nuovo giochino con cui perdere un po' di tempo e che sono sempre di più gli americani che vogliono diventare dei meteorologi?
Ci si sarà resi conto che la pornografia funziona bene in solitaria, ma che per il resto serve socializzare? Magari è quell'istinto che ha guidato l'evoluzione degli animali nei millenni e che torna a farsi sentire digitalizzando il fattore politico dell'animale uomo...

L'articolo del "24minuti" continua, poi, con un estratto della classifica dei siti (sbagliando la posizione di MySpace che è 17° invece di 18° e di YouPorn che è 15° invece che 14°), per traffico generato, in Italia in settembre (www.alexa.com):

  1. Google (.it)
  2. Windows Live
  3. YouTube
  4. Yahoo!
  5. Google (.com)

seguono poi Libero.it (settimo), eBay (nono), Facebook (dodicesimo), YouPorn (quindicesimo), MySpace (diciassettesimo).
Mi sorprendono due dati:

  • Libero.it settimo... il giornale "Libero" genera più traffico del porno? Ed è davanti a siti come La Repubblica e Wikipedia! Mah?!
  • YouPorn genera meno traffico di (in ordine sparso) Facebook, La Repubblica, Blogger.com, Wikipedia e Netlog. Ma YouPorn è un contenitore di video! Cioè quei mostri che, anche a guardarne solo uno, si consuma banda a volontà e si genera, almeno, il traffico di mille pagine di Wikipedia (a occhio)... Ri-mah?!

Tornando alla domanda, comunque, reputo sia interessante capire cosa fa la gente, online, durante una giornata. La questione, poi, diventa quasi vitale nel momento in cui si ambisce ad essere parte del sistema produttivo della rete.
Per assurdo: cosa dovrei sviluppare affinché la gente cerhi il mio sito? Conviene andare a mettersi in un mercato in via di saturazione come i social network o conviene inventarsi qualcosa di nuovo? Cosa, nell'eventualità?
Dai dati parrebbe essere fondamentale, ultimamente, inventarsi qualcosa che sia in grado di far perdere più tempo possibile a più gente possibile che, come ho letto da qualche parte, "crede di far parte di un gruppo esclusivo, elitario". Direi piuttosto grosso come gruppo... 80 milioni di persone...
D'altro canto, però, sono stato io stesso a dire a Zo' oggi di dire alla sua ragazza di iscriversi anche lei su Facebook. Per quale ragione?
Forse bisogna trovare uno scopo competitivo ovunque, quindi anche online, e c'è chi lo cerca nell'avere più contatti su un social network, chi più soldi ed esperienza in un MMPORG, chi il peronaggio di spicco in una land virtuale, chi un sito (amatoriale) che ne sopravanzi un altro per numero di visite o di traffico giusto per dire "Visto? Sono più in alto di te" con un sorriso a 32 denti...

In qualunque caso mi sa che anche stasera dormirò sonni tranquilli e che queste elucubrazioni non intaccheranno il mio stato psico-fisico...